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di Giuseppe De Rita*
Da molto tempo e da molte parti si va dicendo che usciremo dalla crisi solo nella misura in cui usciremo dalla stasi dei consumi. Quindi c’è una propensione a esaltare lo sviluppo dei consumi come traino di una più generalizzata ripresa dell’economia. È tutto vero. Personalmente ritengo però che per rilanciare i consumi ci sia bisogno di qualcosa di un po’ più sofisticato che aumentare gli stipendi o far entrare nuovi componenti nel mercato del lavoro. C’è un problema di soggettività e di arbitraggio.
di Giuseppe Brambilla di Civesio*
Il tema del convegno Indicod-Ecr di quest’anno è “tornare a crescere”. Un tema legato al periodo di crisi che stiamo vivendo, e che indica anche il dovere, la volontà e la fiducia nella ripresa.
Nel 2011 si conclude il mio impegno alla presidenza. In questi anni le attività di Indicod-Ecr a favore dell’efficienza di sistema si sono intensificate. Hanno interessato non solo il Largo Consumo ma anche altri settori, contribuendo concretamente alla modernizzazione del nostro Paese.
di Francesco Daveri dal sito Lavoce.info
Liberalizzazioni, libertà di impresa, fiscalità di vantaggio per investire al Sud: sono le misure individuate dal governo per far ripartire la crescita. Sono le idee giuste? Il Pil italiano è oggi frenato da consumi stagnanti. Perché sono fermi i salari reali e perché disoccupazione e cassa integrazione non scendono. Le ricette proposte non servono a risolvere i problemi del mercato del lavoro. Meglio sarebbe destinare la fiscalità di vantaggio alle piccole imprese che creano posti di lavoro a tempo indeterminato.
di Timbro & Firma
Il tempo dell’economia post-industriale è il tempo dei servizi, anche come scambio tra aree mondiali (assicurazioni, noli marittimi, servizi alle imprese e alle persone e, soprattutto, turismo). L’Italia dovrebbe scegliersi, all’interno delle economie più evolute, un ruolo in questo irreversibile processo. Il turismo con i servizi correlati può svolgere una funzione di primo piano, se reso più competitivo e in grado di intercettare segmenti sempre più ampi e differenziati di domanda.
di Roger Abravanel e Luca D'Agnese dal sito Lavoce.info
Il rilancio dell’economia italiana è possibile solo con lo sviluppo dei servizi, che crescono più dell’industria e in Italia sono sottosviluppati. È però necessario superare i pregiudizi sfavorevoli verso il settore e adottare politiche specifiche, in particolare quelle che favoriscono la crescita dimensionale delle imprese e la lotta al sommerso che distorce la concorrenza. Solo il diffondersi di una cultura delle regole è in grado di realizzare questa trasformazione.
di Enrico Colla*
In un parere del 7 dicembre 2010, l’Autorità della
Concorrenza Francese critica alcuni aspetti dei contratti di distribuzione e ne
propone la modifica, pena l’eventuale intervento del legislatore. È forse un
passo falso, ma innesca una vivace polemica.
di Francesco Daveri dal sito Lavoce.info
La ripresa dell’economia italiana nel 2010 è stata lenta. Per due ragioni. Alcune aziende guadagnano quote di mercato, ma ce ne sono molte altre che stanno perdendo competitività, il che fa salire le importazioni. E i consumi privati e pubblici sono frenati dal cattivo andamento del mercato del lavoro e dalle politiche di bilancio restrittive. Per un migliore 2011, è cruciale che la crescita diventi un fenomeno più diffuso. Con piccole imprese che crescono e giovani lavoratori che non vengono tenuti ai margini per troppi anni.
di Aldo Sutter*
Nel mondo, pur tra segnali contradditori, sembra essersi avviato un percorso di ripresa. Ne traggono maggior vantaggio quei paesi e quelle imprese che hanno posto al centro la competitività e non hanno rinunciato, anche nei periodi più critici, a scommettere sulla crescita.
Purtroppo l’economia italiana appare più lenta, meno pronta a cogliere le potenzialità di sviluppo, anche a causa di quei nodi irrisolti – a cominciare dal debito pubblico e dalle mancate liberalizzazioni - che erodono la competitività del nostro sistema.
Nei settori in cui operano le aziende associate IBC, il 2010 si caratterizza per il ristagno dei consumi e le previsioni più aggiornate parlano di crescita zero per il 2011.
Siamo quindi di fronte ad una prolungata stagnazione dei consumi, con intere filiere in sofferenza; ne conseguono criticità per i Produttori e i Distributori che quest’anno, per la prima volta, vedono risultati di vendita negativi sia a parità sia con lo sviluppo rete.
Tutte le analisi convergono nel sostenere che il nostro settore uscirà radicalmente trasformato negli assetti e nei protagonisti, nelle regole competitive e nelle condotte imprenditoriali: abbiamo perciò ritenuto opportuno prendere atto delle criticità e guardare alle potenzialità ancora inespresse per contribuire ad indirizzarle verso percorsi di sviluppo e crescita
In questa prospettiva, il rilancio della domanda interna è una priorità non solo per le singole imprese ma per tutto il sistema economico.
di Paola Annoni, Kornelia Kozovska e Andrea Saltelli dal sito Lavoce.info
La Commissione Europea ha pubblicato la prima edizione dell’indice di competitività regionale. Fra le migliori non compare nessuna regione italiana. A frenare quelle storicamente considerate più competitive sono i fattori che descrivono la qualità delle istituzioni, così come percepita dai cittadini, e l’efficacia del sistema educativo di base. Mercato del lavoro e livello di sofisticazione e innovazione del sistema produttivo rivelano un’elevata eterogeneità tra regioni del Nord e del Sud. L’Italia nel suo complesso si situa al sedicesimo posto su ventisette stati membri
di Timbro&Firma
Alla costruzione della leggenda di un’Italia che sta meglio degli altri - perché ha banche migliori, più risparmio privato e una grande manifattura esportatrice - contribuiscono tanti esperti, impegnati a offrire quotidianamente il proprio contributo in termini di nuove teorie o fresche e genuine evidenze empiriche a supporto della tesi. Costoro, periodicamente alternandosi dalle colonne di testate a maggior diffusione nazionale o specialistiche, si affannano con fervore ad evidenziare soprattutto - ma non solo - quella vocazione così tipicamente manifatturiera, così tipicamente esportatrice che rende questa nostra Italia così simile alla Germania.
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