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Servizi, motore dello sviluppodi Roger Abravanel e Luca D'Agnese dal sito Lavoce.info Il settore dei servizi rappresenta ormai i due terzi dell’economia mondiale. Nei paesi ad alto reddito si sale fino al 70-80 per cento. Per di più, sono il settore che cresce di più: l’80 per cento della crescita mondiale negli ultimi vent’anni viene dai servizi. Il pregiudizio antiservizi Una spiegazione che spesso viene addotta è che l’industria “trascinerebbe” i servizi. Una fabbrica crea posti di lavoro nell’indotto e fa crescere i servizi attorno a sé. Vero. Ma è vero anche il contrario. I prodotti industriali vengono venduti alle industrie dei servizi che servono in gran parte consumatori italiani: i camion li comprano le imprese di trasporti, i computer le banche, i beni di consumo la distribuzione. Siccome tre quarti del reddito delle famiglie italiane viene dai servizi, perché è lì che lavorano tre quarti degli italiani, tre quarti delle vendite dei beni di consumo prodotti dall’industria sono di fatto “pagati”dai servizi. L’opportunità per l’Italia Ovviamente, il drammatico gap occupazionale da bassa partecipazione al mercato del lavoro ha molte cause, tra cui la bassa età pensionabile e la bassa partecipazione al lavoro delle donne. Il primo fattore viene difeso con argomenti validi soprattutto nell’industria (i lavori usuranti), mentre è abbastanza indifendibile nella maggioranza dei servizi. Un’analisi del secondo fattore mostra chiaramente l’opportunità che si perde in Italia. Se un numero maggiore di donne avesse un’occupazione nelle professioni, nel turismo, nelle assicurazioni, l’impatto sull’import/export sarebbe probabilmente neutrale (il turismo crea export, gli altri servizi un limitato import) e si genererebbero reddito e imposte con cui pagare quegli altri servizi (per esempio gli asili nido) che faciliterebbero l’inserimento femminile nel mondo del lavoro. Regole giuste e fatte rispettare
I due elementi si rafforzano a vicenda e concorrono a creare una struttura industriale dei servizi fatta da piccole imprese spesso poco produttive, con tassi di evasione fiscale e contributiva molto alti (20 per cento nei servizi contro 12 per cento nel manifatturiero, secondo un’indagine di Confindustria) e poco orientate alla crescita. Da quest’analisi nascono le cinque proposte del libro, due delle quali puntano a ridefinire le regole nei servizi pubblici locali e nel turismo, per attrarre investimenti di grandi operatori attraverso la nazionalizzazione delle regole e delle concessioni nei servizi pubblici e la creazione di concessioni di grandi estensioni territoriali per lo sviluppo turistico. ¹ Con le altre tre proposte, orientate a una riforma dei settori della scuola (responsabilizzazione delle scuole sui risultati di test nazionali dei loro allievi, un ruolo più forte di controllo al ministero, e decentramento della gestione alle regioni), della giustizia civile (misurazione e responsabilizzazione sui tempi dei processi) e del servizio pubblico radiotelevisivo (struttura di governance della Rai orientata più alla qualità e meno alla par condicio) puntiamo invece a creare i presupposti di una società “vigile”, in grado di intervenire in modo attivo nella scrittura delle regole e nel favorirne il rispetto, soprattutto attraverso il meccanismo della sanzione sociale dei “furbi”. (Tratto dal sito www.lavoce.info) ¹ Roger Abravanel e Luca D’Agnese, Regole, Garzanti, 2010 |
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