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Quali sono le imprese che battono la crisidi Guido Romano e Fabiano Schivardi dal sito Lavoce.info La crisi ha colpito duramente le Pmi italiane. Ma l'evidenza dei dati di bilancio indica che il processo di ristrutturazione è andato avanti comunque. Il risultato è una marcata polarizzazione dei risultati. Le imprese espulse dal mercato erano già fragili prima e il credito bancario è stato allocato in modo selettivo. Quelle che sono cresciute sono caratterizzate da una maggior quota di capitale immateriale rispetto al totale dell'attivo. Anche durante la crisi, il successo è passato attraverso la "terziarizzazione" della strategia d'impresa. La crisi iniziata nel 2007 ha investito il sistema produttivo italiano nel mezzo di un processo di ristrutturazione. Il contesto competitivo in cui operano le imprese manifatturiere italiane è radicalmente mutato dalla metà degli anni Novanta. Sono entrati sullo scenario internazionale paesi a basso costo del lavoro (in particolare la Cina) ed è venuta meno la possibilità di ricorrere a svalutazioni competitive dopo l'adozione dell'euro. Questi fattori hanno eroso il vantaggio competitivo di molte piccole e medie imprese, abituate a competere prevalentemente sui costi di produzione. Ne è conseguito lo stallo della produttività che dura ormai da quindici anni. Le evidenze pre-crisi indicavano tuttavia che alcune imprese di successo avevano modificato il loro modello di business, focalizzando la loro strategia sulle attività a monte (R&S, design, pubblicità) e a valle (reti distributive, accesso a nuovi mercati, assistenza) della pura fase produttiva, tipico focus delle Pmi tradizionali. Così facendo, hanno differenziato i loro prodotti da quelli dei concorrenti e sono sfuggite alla pura competizione di prezzo. In questo schema, che potremmo definire di terziarizzazione dell'attività manifatturiera, hanno acquistato importanza gli investimenti immateriali, tipici delle attività menzionate sopra, rispetto a quelli materiali. Gli effetti della crisi Nonostante la ripresa del 2010 (+4,4% per l'impresa mediana), il fatturato rimane inferiore al valore del 2007 del 5,4%. La contrazione è stata più forte nelle piccole rispetto alle medie imprese. Le aziende hanno reagito alla caduta dei ricavi tagliando i costi esterni e tentando di contenere quelli per il personale. La crisi ha comunque fatto diminuire i margini lordi più dei ricavi, con un forte aumento nel numero di aziende che hanno chiuso in rosso il bilancio. Sono aumentati i ritardi nei pagamenti e le società con un rilevante squilibrio corrente. La platea di Pmi si è ridotta di circa il 10%, sono aumentati i casi di default e sono diminuite le nascite. Anche restringendo l’attenzione alle Pmi manifatturiere, maggiormente colpite dalla caduta della domanda, la presenza di imprese che hanno navigato contro corrente non è trascurabile: il 37% ha superato nel 2010 i ricavi del 2007, l’8,4% è sempre cresciuta nel periodo 2007-2010 e il 2,3% lo ha fatto sempre con tassi a due cifre. I casi di successo si trovano in tutti i settori, a indicazione del fatto che le determinanti della performance sono le caratteristiche individuali delle imprese e degli imprenditori più che il settore di appartenenza. Questa evidenza suggerisce che le banche hanno operato una selezione attenta nel valutare il rischio di credito e nella conseguente concessione di prestiti. A conferma di ciò, la figura 4 riporta la distribuzione delle società fallite rispetto a un indice di solidità desumibile dal bilancio depositato tre anni prima del fallimento. La gran parte delle società fallite era già fragile prima della crisi. Rispetto al periodo pre-crisi, la quota di società "fragili" nel totale dei fallimenti si è accresciuta leggermente durante la crisi: non si è attenuato il meccanismo di selezione. L’importanza del capitale immateriale Con la sola eccezione dei metalli, in tutti i settori le aziende che sono cresciute registrano un peso maggiore degli investimenti immateriali, in molti casi nell'ordine del doppio delle altre imprese. Come atteso, la quota varia notevolmente fra settori, in particolare in relazione al contenuto tecnologico. Allo stesso tempo, anche nei settori tradizionali del "made in Italy" (sistema moda e casa) le imprese di successo hanno investito molto più decisamente in immateriali. Anche in questi settori, la crescita passa per la differenziazione del prodotto ottenuta investendo in "intangibles". In conclusione, la crisi ha colpito duramente le Pmi italiane. Allo stesso tempo, l'evidenza dei dati di bilancio indica che il processo di ristrutturazione è continuato anche in questo scenario difficile. Si è verificata una marcata polarizzazione della performance. Le imprese espulse dal mercato erano già fragili prima della crisi e il credito bancario è stato allocato in modo selettivo. Infine, le imprese che sono cresciute durante la crisi sono caratterizzate da una maggior quota di capitale immateriale rispetto al totale dell'attivo: anche durante la crisi, il successo è passato attraverso la "terziarizzazione" della strategia d'impresa. ¹Osservatorio Cerved Group sui bilanci 2010, numero 2 – www.cervedgroup.com (tratto dal sito www.lavoce.info) |
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